La scoperta della California

Scritto da Frieda Farnetti | 17 aprile 2019 | Categoria: Avventura

ccimage-shutterstock_149341085Ci imbattemmo in una tempesta di sabbia, riuscivamo a malapena a camminare, eravamo stanchi e ci erano già scappati quattro cavalli.

I bambini piangevano e i vecchi non riuscivano a respirare perché la sabbia aveva otturato i loro condotti nasali.

“Johnny Deep!” urlò il capitano Silver “Quanto manca alla prossima oasi?”.

“Più o meno tre miglia”.

“Dobbiamo trovare un riparo, altrimenti moriremo”.

Trovammo una grotta e aspettammo finché non finì la tempesta.

Faceva caldo; le riserve d’acqua erano finite e l’unica oasi vicina stanziava due miglia.

I neonati riuscivano a vivere con il latte delle loro madri che ogni giorno, però, diventavano sempre più deboli; ad un certo punto, scorsi qualcosa in lontananza.

“Johnny, è un oasi quella o sembra a me?”.

Corremmo a perdifiato fino alla riserva d’acqua ci tuffammo dentro, ma affondammo nella sabbia ardente del deserto.

Era vero, mancava ancora tanto per riuscire a dissetarci!

Arrivò la notte, eravamo stanchi, ma non potevamo addormentarci altrimenti saremmo morti.

Ci sedemmo sulla sabbia che ora era gelida; a turno Silver, Donald e io stavamo di vedetta per essere sicuri che i predoni non ci tendessero un agguato.

“Cercate di stare fermi e di non sprecare le energie; domani avremo da camminare. Se siamo fortunati, riusciremo ad arrivare all’oasi in meno di sei ore”, disse Silver.

Ci muovemmo alle prime luci dell’alba.

A mezzogiorno l’avevamo trovata… l’oasi, la nostra salvezza era davanti ai nostri occhi e quella volta non era un miraggio!

Eravamo sporchi, stanchi e senza forze, ma finalmente c’era l’acqua.

Ci tuffammo tutti dentro la piscina naturale e bevemmo così tanto che quasi si prosciugò, poi mangiammo i frutti che erano sugli alberi.

Dopo aver fatto rifornimento d’acqua e scorta di cibo, ci incamminammo verso la locanda più vicina per poterci riposare. Prima di metterci in cammino, controllammo che ci fossero tutti.

Mancava mio padre!

Lo trovammo senza vita dentro uno dei carri. Affranti, lo sotterrammo dietro ad un albero e procedemmo per la nostra strada.

Al tramonto eravamo quasi arrivati alla locanda quando i predoni ci tesero un agguato.

“Andate tutti al riparo!” Gridai.

Mi misi a combattere contro i predoni, ma loro erano troppo forti e alla fine cedetti. Sentii un rumore sordo e caddi a terra.

Al mio risveglio mi ritrovai in una tenda con Eleanor, mia amica d’infanzia, che mi stava bagnando la fronte.

“Perché sei qui?” le chiesi.

“Mi sono invaghita di te dal primo momento che ti ho conosciuto e questo è il minimo che posso fare per te”.

Devo dire che anche lei mi piaceva ma non avevo mai avuto il coraggio di dirglielo.

“Il proiettile ti ha perforato la gabbia toracica, la ferita sembra che non sia curabile”.

“Lasciami qui, allora, sennò vi rallenterò e basta.” Dissi.

Eleanor, con le lacrime agli occhi, disse di no, anche se sapeva che sarei morto.

Mi lasciò sotto l’ombra di un albero con una borraccia, ma prima di andarsene mi abbracciò.

Anche se cercava di non farlo notare, era evidente che piangeva, così le diedi la mia maglia come ricordo e poi se ne andò.

La pallottola produceva un dolore atroce, stavo per morire dissanguato quando vidi un’ombra passare davanti a me.

Non capivo cosa fosse, perché avevo la vista annebbiata e perché era notte.

Gridai con tutte le mie forze

“Aiutooo!”.

Quell’ombra si girò verso di me. Mi prese in braccio e mi portò fino ad una caverna. Mi stese su un letto di stracci, mi tolse il proiettile e mi fasciò la ferita. Dopo, non ricordo cosa successe perché svenni. Al mio risveglio trovai un uomo davanti ad un fuoco (non so come l’abbia acceso dato che non c’erano alberi in giro) che mescolava qualcosa in una ciotola e mi disse di berla.

Era un miscuglio di erbe della guarigione.

Dopo essermi un po’ ripreso l’uomo mi chiese di raccontargli la mia storia; gli dissi che eravamo in viaggio da tre settimane, perché lo sceriffo della nostra città ci aveva cacciati, dopo che ci eravamo ribellati alla sua modalità di governo ingiusta e poi gli raccontai anche tutto il resto.

Alcuni giorni più tardi, dopo che ero guarito, salutai Forber (il nome del mio salvatore) e ripresi il cammino verso la locanda.

Arrivato lì c’era ancora la mia “squadra”.

Cercai subito Eleanor che era nella sua camera.

Appena mi vide non credeva ai suoi occhi.

Mi saltò al collo e mi strinse forte, poi ci incamminammo verso una terra che chiamammo California.

Cinque anni dopo mi sposai con Eleanor, avemmo un figlio e costruimmo la nostra casa nella nostra nuova terra.

Là nessuno poteva disturbarci.

Così vivemmo felici e contenti.

Aurora

Vuoi lasciare un messaggio? → 102 letture

Scrivi il tuo messaggio